In un settore del benessere sempre più manageriale, la bioetica diventa la bussola per conciliare profitto, cura ed etica.

Negli ultimi decenni il settore del benessere ha subito una profonda trasformazione. Il graduale cambiamento delle abitudini delle persone nelle forme di allenamento preferenziali, la necessità di nuove direzioni di investimenti strutturali e l’attenzione all’efficienza aziendale, indispensabile per rimanere competitivi con margini operativi dignitosi, hanno spinto molte realtà verso un modello organizzativo più vicino all’impresa che alla tradizionale palestra gestita in modo “familiare o approssimativo”.
Fino a qui niente di strano e del tutto normale, in linea con un processo evolutivo che richiede, anche in ambito lavorativo, l’adattamento all’ambiente per la sopravvivenza della propria azienda. L’aspetto che dovrebbe restare immutato è la natura etica del motivo per cui si decide di fare azienda e del come si intende perseguire questo obiettivo.
L’azienda, a mio avviso, deve sempre mirare a creare valore aggiuntivo sul territorio, per le persone, per il team da crescere e per l’imprenditore stesso che riceve in cambio una remunerazione economica e tanta soddisfazione personale. Nel perseguire questo duplice obiettivo bisogna mettere al centro il cliente con i suoi bisogni legati al benessere. Questa apparente dicotomia tra profitto e missione etica pone sfide cruciali a chi opera nel settore wellness e nella sanità.
La centralità della bioetica nel settore del benessere alla persona
L’etica del fare azienda, mettendo al centro la vita delle persone coi rispettivi bisogni, si rivela oggi più di ieri essenziale, in un contesto in cui le strutture sono sempre più chiamate a gestirsi come imprese attente ai numeri chiave funzionali alla crescita. Le palestre, come le cliniche sanitarie, che rappresentano il campo in cui opero, non possono limitarsi a essere aziende orientate al profitto: il core business deve rimanere la salute e il benessere delle persone, nonostante il rischio di perdere il focus, invertendo l’ordine dei bisogni, oggi sia molto elevato.
Quello che ripeto spesso ai miei studenti è di non concentrarsi, come primo step, sul creare business plan per capire quanto si potrebbe guadagnare se l’azienda andasse in un certo modo. Bensì di creare e standardizzare il proprio metodo di lavoro, definendo ogni processo finalizzato a ricevere la massima approvazione da parte del pubblico. La ricompensa economica arriverà come riflesso positivo di ciò che di buono si è creato. A questo punto il business plan serve per monitorare la crescita e gli investimenti da fare, non per alimentare la motivazione del fare o non fare un’azienda.
I primi processi sui quali chi sta a capo dell’organizzazione dovrebbe concentrarsi sono la selezione del personale, la politica dei prezzi, il tipo di strumentazione da acquistare, fino alle strategie di marketing per avvicinare il cliente desiderato.
Sono processi chiave da continuare a valutare anche alla luce di alcuni principi bioetici, per esempio:
- disponibilità al confronto
- reale ascolto attivo del prossimo
- trasparenza comunicativa a ogni livello
- giustizia legale e morale
Al polo opposto abbiamo il termine “profitto” che, nell’ambito del benessere, ma soprattutto in quello sanitario, spesso viene percepito male. Come se guadagnare fosse in contrasto con l’idea di prendersi cura delle persone.
In realtà, un margine economico sano non solo è legittimo, ma rappresenta la condizione necessaria per garantire:
- Sostenibilità a lungo termine dell’azienda.
- Innovazione tecnologica, grazie alla possibilità di reinvestire in apparecchiature moderne.
- Qualità del personale, attratto da stipendi competitivi e formazione continua.
La questione, quindi, non è se sia giusto generare profitto, ma come farlo senza tradire la missione etica.
I pilastri di un’imprenditorialità etica
Primo tra tutti, la trasparenza: i clienti devono poter comprendere in modo chiaro i costi dei servizi, i benefici attesi e le alternative possibili. Una comunicazione opaca mina la fiducia e trasforma la relazione di cura in una semplice transazione commerciale che, a lungo termine, mina la sopravvivenza dell’azienda stessa perché il mercato nel lungo termine sconta tutto.
Poi vi è la qualità e la sicurezza dei servizi offerti: il profitto non può derivare da una riduzione dei tempi di trattamento, dall’utilizzo di materiali scadenti, personale sotto qualificato e poco formato dall’azienda stessa, o ancora da formule di abbonamenti apparentemente vantaggiosi, se analizzate in modo superficiale dal compratore, ma che nascondono appositamente insidie studiate a tavolino per far leva sui bias della mente umana. L’investimento sulla qualità è il vero elemento che distingue un centro etico e duraturo da uno orientato al mero guadagno.
Poi vi è il senso di responsabilità sociale. Un’impresa etica non si limita a erogare prestazioni, ma contribuisce al benessere della comunità. Questo significa promuovere la prevenzione, educare le persone a stili di vita salutari e partecipare ad attività socialmente utili per il territorio. Le aziende devono, ciascuna con la propria filosofia di lavoro, migliorare la vita delle persone.
Il ruolo della leadership
Ogni impresa può interpretare a suo modo i principi sopra esposti e definire quella che è la propria mission aziendale. In tutti questi casi, il profitto non è fine a sé stesso, ma funzionale a generare anche valore per la collettività.
Un imprenditore del benessere deve assumere una leadership “valoriale”. E questo vuol dire orientare le decisioni non solo sulla base di indicatori economici, ma anche etici; significa creare una cultura aziendale condivisa, in cui professionisti, collaboratori e personale amministrativo sono consapevoli della missione e sono i primi a crescere come persone grazie al terreno fertile aziendale organizzato per raggiungere anche questo fine. Il futuro delle imprese etiche sarà quindi legato alla capacità di integrare tecnologie e modelli organizzativi senza perdere di vista la persona come fine e non come mezzo.
Quindi superare anche politiche aziendali che, viste dall’esterno, mirano esclusivamente al consumismo estremo, dove le persone non hanno un nome, ma sono numeri che camminano nel centro o fuori dal centro, tanto l’importante è la vendita degli abbonamenti. Conciliare profitto, etica e cura non è un’utopia, ma una strada percorribile che richiede consapevolezza, visione e responsabilità.
L’imprenditore 3.0 deve essere al tempo stesso manager e custode di valori, capace di garantire sostenibilità economica senza rinunciare alla centralità del cliente. Solo così l’impresa può davvero definirsi etica, capace di produrre benessere non solo economico, ma anche sociale e umano.
Da buon titolare di più centri, dopo quasi venti anni di attività e di consapevolezze acquisite, mi rendo conto che, interpretare un’azienda in questo modo, con questi principi e riuscire a farla crescere in Italia, più che imprenditori dovremmo parlare di “eroi moderni”
Fabio Marino
Founder Centri Kinesis Sport e Kinesis Sport franchising. Imprenditore e coach di professionisti e Centri Fitness-PT. Laureato in Economia della Start-up con master in amministrazione, gestione e finanza aziendale. Laureato in Scienze motorie con master in posturologia. Ex terapista e preparatore atletico di sportivi professionisti. Autore dei libri:
- “REALIZZA IL TUO SOGNO”
- “IL VIAGGIO: DA PROFESSIONISTA AD IMPRENDITORE IL SUCCESSO SI PIANIFICA ALLA SCRIVANIA”.
- “MAGIC PILLS”: PERLE D’IMPRENDITORIA SANITARIA
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