



























Capita sempre più spesso di leggere cartelli all’interno del supermercato che promuovono un’iniziativa di beneficenza relativa all’acquisto di un determinato prodotto oppure di imbattersi in pubblicità che informano l’impegno di un’azienda a favore di uno specifico progetto sociale. Qualcuno storcerà il naso, con il sospetto di un’operazione commerciale mascherata da un’azione buonista, mentre molti altri saranno sicuramente contenti di riscontrare la promozione di azioni di solidarietà da parte di un’azienda. Un’indagine condotta nel 2003 da IPSOS EXPLORER – SOLIDALITAS, infatti, ha rivelato che il 77% della popolazione italiana è “molto-abbastanza favorevole” alla partecipazione delle imprese alla soluzione di problemi sociali. L’85% degli italiani, secondo una più recente ricerca DOXA, dichiara di riconoscere un valore aggiunto alle aziende che collaborano con associazioni no profit o con ONG, distintivo di qualità e di impegno sociale e, quasi il 90% di questi si dichiara disposto a sostenere la buona causa dell’azienda anche attraverso un incremento nel prezzo della linea e/o del prodotto scelto. Questi indici dimostrano che il consumatore non fa più soltanto una valutazione di costo – beneficio del prodotto o del servizio offerto ma, letteralmente, promuove o boccia un marchio in base a dei criteri più globali che includono, tra i fattori presi in considerazione, anche gli aspetti etici. In altre parole il consumatore premia l’azienda nella quale si identifica, di cui condivide le azioni sociali, mentre rifiuta quelle aziende che impiegano i propri soldi per investire in attività a lui contrarie sotto il profilo etico. Molti imprenditori hanno compreso l’importanza di valorizzare il ruolo socialmente responsabile della propria azienda ed hanno introdotto nelle proprie strategie aziendali iniziative del cosiddetto marketing sociale. Si stima che circa il 70% delle imprese italiane finanzia direttamente o indirettamente progetti di natura sociale.