Scopriamo il ruolo cruciale che ha il Safeguarder nella formazione professionale, con particolare attenzione al tema del safeguarding nello sport.

Le origini della normativa
Il percorso normativo sul safeguarding nello sport dilettantistico ha preso avvio con un primo obbligo fondamentale: la redazione dei Modelli di Organizzazione, Gestione e Controllo (MOGC), da adottare entro il 31 agosto 2024.
Questi modelli, hanno lo scopo di fissare procedure e linee di condotta per prevenire abusi, violenze e discriminazioni nei contesti sportivi. Le ASD e le SSD hanno dovuto adottarli sulla base delle linee guida predisposte da Federazioni ed Enti di Promozione Sportiva durante l’estate 2024, segnando un cambio di passo epocale per realtà abituate a gestire in modo molto più informale la vita associativa.
La nomina del Safeguarder
Il secondo tassello della riforma riguarda la nomina del Responsabile del Safeguarding. Inizialmente fissata al 1 luglio 2024, la scadenza è stata prorogata al 31 dicembre 2024 dal CONI.
Se da un lato questa proroga ha dato più tempo alle società sportive per comprendere le novità e adattarle alla propria realtà, dall’altro ha posticipato l’ingresso di una figura che sarebbe stata preziosa già nella fase di redazione dei MOGC. Il Safeguarder infatti non è solo un garante formale, ma un punto di riferimento operativo che avrebbe potuto guidare presidenti e dirigenti, spesso spiazzati davanti a una normativa completamente nuova per il mondo sportivo dilettantistico.
Il 2025: la norma a regime
Dal 1 gennaio 2025 la normativa è entrata a pieno regime, con un obiettivo chiaro: creare ambienti sportivi sicuri, inclusivi e rispettosi, attraverso la prevenzione e il contrasto ad abusi, violenze e discriminazioni.
Questo cambiamento riguarda non solo i dirigenti, ma tutti gli stakeholder dello sport: atleti, istruttori, famiglie, volontari e persino il pubblico. La cultura della prevenzione deve diventare parte integrante della vita del centro sportivo.
Prevenzione e formazione: il cuore del safeguarding
I MOGC fissano regole e procedure di comportamento, ma la vera prevenzione passa attraverso la formazione. Ed è qui che il ruolo del Safeguarder diventa decisivo.
La formazione non deve limitarsi a dirigenti e istruttori: deve essere diffusa a tutti coloro che vivono lo sport, compresi i ragazzi e le famiglie. Solo così il safeguarding può trasformarsi da adempimento burocratico a strumento educativo e culturale.
La norma prevede almeno due momenti formativi l’anno, che non devono però ridursi a incontri frontali e teorici. È importante utilizzare metodi dinamici, come role playing, testimonianze ed esperienze pratiche, per rendere vivi e concreti i principi di rispetto, inclusione e corretto comportamento.
Le segnalazioni: uno strumento da valorizzare
Un altro tassello fondamentale sono i canali di segnalazione: indirizzi mail dedicati, software che consentano anche l’anonimato, sportelli d’ascolto. Segnalare non significa “denunciare” ma prendere parte alla prevenzione, riportando qualsiasi comportamento percepito come scorretto o non rispettoso. Spetterà poi al Safeguarder indagare con discrezione, valutare se la segnalazione sia fondata e se richieda un intervento, modulando la risposta senza creare stigmatizzazioni ma offrendo ascolto e supporto.
Il ruolo del Safeguarder: supporto e non giudizio
È fondamentale chiarire che il Safeguarder non è un giudice che condanna i comportamenti. Il suo compito primario è supportare le vittime e le loro famiglie, attivando all’occorrenza professionisti qualificati, psicologi o consulenti, e collaborando con la giustizia sportiva e, se necessario, con quella ordinaria. Il Safeguarder deve quindi essere un ponte tra segnalazioni, prevenzione e formazione, affinché ogni episodio diventi occasione di crescita culturale per l’intero centro sportivo.
Un esempio concreto: formare attraverso il gioco
Un caso, che ho vissuto in prima persona, riguarda un torneo di tennis giovanile: un ragazzo minorenne, sconfitto in gara, subisce l’esultanza eccessiva e umiliante dell’avversario. La madre, colpita dalla sofferenza del figlio, effettua una segnalazione al Safeguarder. In questo caso non si è trattato di violenza fisica né di una violazione delle regole sportive, ma di una mancanza di spirito sportivo.
Lo scrivente, dopo aver verificato in forma anonima la fondatezza della segnalazione, ha promosso insieme agli istruttori e a uno psicoterapeuta un percorso formativo con giochi di ruolo: i bambini hanno sperimentato le diverse prospettive di vincitori e sconfitti, comprendendo l’importanza del rispetto reciproco e la gestione delle emozioni. Durante l’esercitazione nessuno dei partecipanti era a conoscenza della segnalazione originaria, garantendo così spontaneità e imparzialità nel percorso educativo.
Il risultato? Una lezione concreta di safeguarding trasformata in educazione sportiva ed emotiva.
L’importanza di dare riscontro alle segnalazioni
Un aspetto fondamentale del ruolo del Safeguarder riguarda il riscontro da dare a chi presenta una segnalazione. Il primo passo consiste nel confermare al segnalante l’avvenuta ricezione della sua comunicazione, ringraziandolo per l’attenzione e sottolineando che la segnalazione verrà esaminata con serietà, garantendo sempre l’anonimato e la riservatezza delle indagini.
Tuttavia, il vero valore si manifesta nella fase successiva: restituire al segnalante un riscontro sull’esito delle verifiche e, se del caso, sulle iniziative che si intendono intraprendere. Tornando all’esempio già richiamato, lo scrivente ha informato che, a seguito della segnalazione, sarebbe stato organizzato un corso sul fair play nella scuola tennis, coinvolgendo tutti i bambini partecipanti al torneo, così da trasformare un episodio negativo in un’occasione educativa collettiva.
È importante evidenziare che il riscontro deve essere dato anche qualora il Safeguarder ritenga di non dover procedere con ulteriori azioni, archiviando la segnalazione. In questi casi, infatti, la risposta al segnalante rimane essenziale, poiché riconosce la legittimità del disagio espresso e dimostra rispetto per il contributo fornito, indipendentemente dall’esito finale.
Conclusione
Il safeguarding nello sport dilettantistico non è solo un adempimento burocratico, ma un processo educativo continuo. Grazie ai MOGC, ai canali di segnalazione e soprattutto alla formazione guidata dal Safeguarder, i centri sportivi possono diventare luoghi realmente sicuri, dove bambini, ragazzi e adulti crescono nel rispetto, nell’inclusione e nella consapevolezza.
Un aspetto decisivo è rappresentato proprio dalle segnalazioni: perché queste arrivino in modo costante e utile, il centro sportivo non deve perdere occasione per divulgare i canali disponibili (mail dedicate, software, punti di ascolto) e spiegare chiaramente a tutti gli stakeholder Ð atleti, genitori, istruttori, volontari e collaboratori Ð che ognuno è titolato a segnalare.
È altrettanto importante ribadire che ogni segnalazione sarà gestita con massima riservatezza e garanzia di anonimato, così da far percepire a chi interviene che la propria voce è protetta e rispettata. Solo in questo modo si possono ricevere stimoli e input anche dall’esterno, trasformando il safeguarding in un meccanismo realmente partecipativo. Le segnalazioni non vanno temute, ma accolte come occasione per orientare meglio i momenti formativi. Perché il vero obiettivo non è punire, ma prevenire e costruire un futuro sportivo più sano.
Luca Dott. Mattonai
Tributarista, titolare dello Studio Mattonai
luca@studiomattonai.it
www.studiomattonai.it
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