Una palestra senza barriere - La Palestra

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Dossier

Una palestra senza barriere

Molte strutture sportive sono assolutamente inadatte all’accesso di una persona con difficoltà motorie, ma la barriera più insormontabile è, spesso, quella dei “no” che vengono presentati al disabile che voglia praticare un’attività sportiva. Ma cambiare si può.

Per tutti noi è un’immagine ormai scontata: il cliente supera i tornelli ed entra, saluta il PT, si avvicina a una macchina per gli allenamenti standard, si siede, dà un’occhiata agli adesivi con i disegni che riportano le spiegazioni e inizia. Ora immaginate che lo stesso cliente abbia una disabilità, lo scenario cambia completamente, eseguire anche il più semplice esercizio non è più così facile, nulla è a portata di mano, ma soprattutto: è riuscito a entrare nella nostra palestra? Spesso e volentieri per le persone con disabilità, la palestra è percepita come uno spazio inaccessibile per l’esercizio fisico a causa degli ostacoli che incontra sul suo cammino. E poi, diciamocelo, esiste ancora una mentalità secondo la quale le persone con mobilità ridotta sono considerate “malate” e non dovrebbero esercitarsi.
È come qualsiasi gruppo di minoranza vale il motto: lontano dagli occhi, lontano dal cuore. E così queste persone, che vorrebbero frequentare le nostre palestre, non possono accedervi perché poco ben accetti, si sentono escluse e non solo loro, ma anche i loro amici, le famiglie e gli accompagnatori.

Luca Campeotto

Tutto in regola

Alzi la mano chi si sente a posto con la coscienza (e con la Legge) perché ha i bagni a norma e l’accessibilità garantita da quella piccola rampa appoggiata sopra i gradini dell’ingresso. Tutto a posto? Sicuri? Cominciamo dalle porte: belle, scintillanti e… pesanti. Le maniglie poi son sempre troppo alte per chi è costretto su una carrozzina, per non parlare dei tornelli, vere e proprie forche caudine per chi non si può muovere agevolmente. Chi deve sopportare una disabilità è obbligato ad affrontare i tanti ostacoli presenti nella maggior parte delle palestre disseminate nel nostro Paese. Proviamo a pensarci: è già abbastanza difficile vivere con qualsiasi tipo di disabilità, e poi: alzarsi, vestirsi, andare al lavoro. Perché dobbiamo rendere le attività ricreative e il fitness più complicato?
È vero, però, che non esiste un’anagrafe precisa delle persone con disabilità. Le stime sulla prevalenza nella popolazione della disabilità segnalano che questa condizione interessa circa 4 milioni e 360mila persone, delle quali 2 milioni e 600mila ha una età superiore a 65 anni e vive nelle regioni del Mezzogiorno (fonte ISTAT). Leggendo questi freddi dati possiamo intuire la gravità di quello che ci circonda e, spesso, non riusciamo a vedere.

Soci a pieno titolo

Sulle pagine de LA PALESTRA trattiamo argomenti che aiutano a migliorare i vostri club, incrementare la clientela e ottimizzare le risorse interne ed esterne. Anche questo dossier va in quella direzione, in fondo se guardiamo i centri fitness con occhi diversi possiamo adeguarli con relativo sforzo a questa nuova tipologia di frequentatori. Stiamo parlando di fitness e non riabilitazione. In fondo si tratta di realizzare una palestra fatta a misura di disabile, ma aperta a tutti. Ma di che cosa hanno bisogno? Per prima cosa di assistenza qualificata: laureati in scienze motorie che sappiano predisporre programmi di allenamento e sappiano relazionarsi con loro. L’accessibilità deve essere garantita e pensata per questa nuova tipologia di utenti che, non dobbiamo dimenticare, sono clienti come gli altri. Certo, dei costi ci sono, ma ci sono aziende private e organizzazioni no profit pensate proprio per questa finalità che possono dare una mano, e poi non si deve dimenticare che fidelizzare dei nuovi soci di questi tempi… non ha prezzo.

A proposito di organizzazioni no profit, noi de LA PALESTRA stiamo organizzandoci per aprire a breve una ONLUS (www.fitnessitalialife.it) che si dedicherà interamente a questa tematica: come vedete non scriviamo solo belle parole ma facciamo anche i fatti.

Però dall’altra parte…

A volte, però, la mancata frequentazione di una palestra da parte di una persona disabile è giustificata dalla falsa convinzione che i centri fitness allenino solo i soci giovani, muscolosi e super in forma, non loro. Sono intimiditi dall’ambiente e dalle attrezzature. Si sentono fuori posto.

Credono che ogni esercizio debba essere faticoso o scomodo per essere efficace. Hanno paura di ferirsi o aggravare la loro condizione. Infine sono preoccupati che sarà tutto troppo costoso. Ecco perché per i club e il personale che li gestiscono, è importante creare un ambiente che accolga e sostenga le persone a prescindere dalle loro abilità.

Un po’ di marketing

Per concludere vorremmo spendere qualche parola sulla convenienza di queste scelte. Qualcuno di voi potrebbe domandarsi se questa sia un’opportunità commerciale abbastanza interessante, tale da giustificare le modifiche che potrebbero essere richieste. La risposta è sì. Negli ultimi tempi si stanno moltiplicando i centri che hanno scoperto che iscrivendo nuovi soci “di tutte le abilità”, hanno aperto le porte alla possibilità di espandere la base degli iscritti. Basta comunicare all’esterno usando un linguaggio e immagini, nel vostro materiale pubblicitario, che comunichi un messaggio inclusivo. Cercare collaborazioni con organizzazioni che trattano la materia per promuovere i programmi e servizi. Offrire opportunità a questi “atleti speciali” nel visitare e sperimentare le attrezzature, e fare delle lezioni di prova gratuitamente. In fondo quando una persona si sente benvenuta in ciò che la circonda e si sente in forma, questo posto diventa speciale. Mettendo all’ingresso della vostra palestra il tappeto di benvenuto per le persone di tutte le abilità, vi distinguerete come uno di quei posti speciali.

Tante esperienze …un solo sogno

Pierluigi De Pascalis: Ecco chi è abilitato a lavorare con loro

Il ruolo della formazione universitaria è un tassello importante ogni volta che si parla di attività fisica, diviene determinante se si affronta l’attività motoria finalizzata ai disabili.
Il corso di laurea in Scienze Motorie prevede sia nel percorso triennale sia nel successivo biennio magistrale lo studio delle attività fisiche propriamente definite “adattate”, macrocategoria che include tutte le popolazioni speciali comprese quelle affette da varie forme di disabilità. Fanno parte del piano didattico insegnamenti indirizzati allo studio delle caratteristiche proprie del disabile motorio, all’analisi delle capacità funzionali residue e alla misurazione del grado di disabilità, sino agli interventi per stabilizzare il soggetto evitando fisiologiche regressioni, tanto sotto il profilo prettamente motorio, che per effetto di ripercussioni sociali ed emotive, e ovviamente la possibilità di programmi di allenamento che si spingano oltre e aprano la strada verso l’atletismo.
L’importanza di questo tipo di studio nell’ambito universitario lo si percepisce considerando che già la prima riforma universitaria che determinò il passaggio dall’ISEF alla laurea quadriennale a ciclo unico in Scienze Motorie, prevedeva 3 possibili aree di specializzazione tra cui quello in attività preventive e adattate.
Oggigiorno pressoché ogni ateneo, incluse le università telematiche, ha attivato il corso di laurea magistrale in Scienze Motorie Preventive e Adattate, biennio cui è possibile accedere previa acquisizione della laurea triennale anche in discipline afferenti all’ambito sanitario. Non mancano però corsi di laurea magistrale ulteriormente specifici e di più recente attivazione, come quello presente presso l’Università degli studi di Salerno che propone il corso in “Scienze della Valutazione motorio-sportiva e Tecniche di Analisi e Progettazione dello Sport per Disabili”, 2 anni di studio con tutti gli insegnamenti utili a un professionista che sappia relazionarsi a 360° alle specifiche esigenze del portatore di handicap.

Fabio Swich: Fitness e disabilità: fra il dire e il fare…

Fare ginnastica fa bene a tutti, anche a coloro che presentano problematiche di salute. Fa bene ai cardiopatici, a coloro che soffrono di problemi osteo-articolari, fa bene agli ipertesi: insomma il movimento fa bene a tutti anche ai disabili. Il disabile però ha oggettivamente delle difficoltà di accesso e difficoltà di utilizzo delle macchine cardio e isotoniche normalmente conosciute.
Direi che per disabile possiamo prendere principalmente colui che presenta difficoltà serie a camminare, fino all’estremo con sedia a rotelle, e colui che ha problemi nell’usare le braccia.
Come è vero che principalmente i centri fitness si rivolgono a gente che non ha questi problemi, è vero anche che non esiste un divieto a frequentare per queste persone affette da disabilità.
La dimostrazione sta nel fatto che nei centri fitness è d’obbligo avere il bagno con accesso facilitato.
Viene dunque naturale pensare che per accedere a un centro wellness per un disabile costretto a stare su una sedia a rotelle ci possa essere l’accesso facilitato (nessuna barriera architettonica e ascensore) e che all’interno le barriere siano state eliminate con l’inserimento di scivoli per superare scalini, spazi previsti per eventuale doccia, sistema per entrare in acqua in caso di piscina. La sala di allenamento poi dovrebbe prevedere un percorso per muoversi tra gli attrezzi, l’utilizzo di macchine isotoniche all’altezza del disabile con un accesso facilitato (in pratica prevedere l’ingombro della sedia). Tutto ciò è quasi inesistente, spesso per accedere ai centri fitness ci sono scale senza però scivoli, montascale o ascensore, spesso gli spogliatoi sono stretti e quindi impossibili da utilizzare per chi è su una sedia a rotelle, sono presenti gradini ovunque, nelle piscine quasi mai esiste il sistema elettrico che aiuta ad entrare in acqua (costa parecchio) e non ho mai visto macchine isotoniche facili da usare per un portatore di handicap. Basti pensare che la lat-machine ha la barra in alto impossibile da prendere, oppure la panca per sedersi non asportabile rendendo impossibile l’avvicinamento della sedia. Aggiungiamo anche che in sala attrezzi le macchine sono posizionate molto vicine una all’altra tanto che un disabile in carrozzina non riuscirebbe a muoversi tra gli attrezzi.
Per concludere come abbiamo detto, o un disabile frequenta palestre di riabilitazione specifiche o difficilmente può frequentare un centro così detto normale. È arrivato il momento di cambiare.

Katia Vaccari: per me è una cliente come un’altra…

Spesso, troppo spesso, noi titolari di palestre o centri di Personal Training, ci dimentichiamo di una parte importante della nostra società, del nostro mondo e anche di conseguenza della nostra possibile clientela. Mi riferisco alle persone disabili, e per questo voglio portarvi un esempio e un caso reale di una mia cliente.
Vi voglio parlare di Giulia. Lei è arrivata nella mia struttura di Personal Training circa due anni fa, tramite un’amica che frequentava già il mio studio. Giulia ha una “neuropatia congenita” dalla nascita, che le blocca il rinforzo e lo sviluppo della muscolatura delle gambe e in particolar modo del quadricipite. Giulia aveva già subito diverse operazioni e sentito un sacco di pareri di medici e fisioterapisti. Quando è arrivata nel mio centro camminava solo grazie all’ausilio di due bastoni che riuscivano a sostenerla e le impedivano di cadere. Abbiamo iniziato a fare un’azione mirata di rinforzo con esercizi graduali e impostati appositamente per lei e la sua problematica.
A distanza di un anno Giulia ha letteralmente buttato quegli ausili che le servivano per camminare e non solo. Oggi Giulia è al suo ottavo mese di gravidanza e medici e ortopedici rimangono ancora senza parole quando la vedono, perché le avevano già previsto per tutta la sua durata, una gravidanza allettata.

Niente falsi moralismi

Ho voluto raccontare questa storia, e condividerla con voi proprietari di strutture e palestre, perché al di là della mia infinita soddisfazione personale nel vedere Giulia camminare da sola (anche col pancione), è anche la conferma che noi titolari di palestra, se ci rivolgiamo a un pubblico e una clientela che spesso nemmeno consideriamo, può essere una mossa vincente sotto diversi aspetti. Giulia, infatti, deve per forza essere seguita da un personal trainer. Certo non può partecipare ai corsi di gruppo, o arrangiarsi con gli esercizi, ha bisogno di un occhio attento che la guidi e la indirizzi, e questo per il titolare di palestra sarà sicuramente un vantaggio in termini di introiti e tipologia di pacchetto di lezioni acquistate. Non solo. Giulia essendo soddisfatta del nostro percorso ha portato la sua testimonianza in famiglia e da circa un anno anche suo fratello, che soffre della stessa patologia, è diventato un mio fedelissimo cliente. Ma non è finita qui. La storia di Giulia, che ho raccontato sul mio Blog,
mi ha portato altre due clienti che altrimenti molto probabilmente si sarebbero rassegnate alla loro condizione. Inoltre, cosa da non sottovalutare, avere un disabile in struttura può essere visto solo con occhi di ammirazione dal resto della clientela, sia verso la cliente, sia nei confronti della struttura che si dimostra più sensibile a certe problematiche.

Roberto Panizza: palestre all’estero che cosa succede? Disabilità made in USA

Il caso vuole che, quando la redazione della rivista La Palestra, mi ha chiesto di raccontare alcune esperienze fatte negli Stati Uniti sulle problematiche della disabilità fisica, mi trovavo a una fiera del turismo e precisamente poco prima di entrare nello stand degli Usa, ma preso da mille cose invece di approfondire l’argomento con i colleghi americani ho pensato tra me e me “poi ci penso”. Avevo rimosso la richiesta fino a quando, nell’atto di entrare nello spazio espositivo, al posto del gradino ho trovato – cosa più unica che rara – una rampa di accesso per disabili, alzo gli occhi e vedo la bandiera a stelle e strisce e di botto mi vengono in mente alcuni aneddoti sul tema. Da lì a pochi giorni sarei andato in trasferta a Miami e mi sono posto come priorità quella di analizzare il legame che questa fantastica città ha con i disabili fisici e l’attività fitness. Arrivato a Miami, la prima tappa, quella che per nessun motivo perdo mai è l’allenamento a South Beach nella palestra attrezzata a cielo aperto all’interno del Lummus Park, fronte Oceano Atlantico, per intenderci. A prima vista non ho notato nulla di particolare, se non i soliti noti servizi igienici per disabili, i sentieri pavimentati percorribili fino alla battigia dalle sedie a rotelle, molte sedie a rotelle con ruote da spiaggia a disposizione, tutte cose che “da noi” sono o dovrebbero ormai essere la normalità, e nonostante tutte queste agevolazioni francamente ero convinto che non avrei incontrato un solo disabile fisico durante il mio allenamento sulla spiaggia fino a quando, appunto, non è arrivato un gruppo di disabili in carrozzina e allora ho capito. A Miami essere disabile, diversamente abile, abile non fa la differenza almeno nel fitness. Infatti, come se nulla fosse in pochi secondi eravamo ad allenarci con gli stessi manubri e probabilmente per il fatto che eravamo tutti con i piedi nella sabbia abbiamo condiviso fino in fondo l’allenamento e il bagno finale nell’oceano. Nulla di particolare, probabilmente sarebbe successa la stessa cosa sulla spiaggia di Rimini, ma devo dire che ho provato in quella occasione la sensazione che la comunità chiamiamola del “Beach fitness” di Miami considerasse la disabilità non tanto come una diversa abilità motoria ma semplicemente come se non esistesse. Naturalmente come una rondine non fa primavera così un Miami non dice come stanno le cose negli Stati Uniti ma può aiutare a capire la tendenza.

a cura di Mario Fontana, in collaborazione con: Pierluigi De Pascalis, Roberto Panizza, Fabio Swich e Katia Vaccari

Quattro domande a un campione di coraggio

Signor Campeotto ci può brevemente raccontare di lei, e a che età si è ritrovato sulla sedia a rotelle e, per finire, che cosa l’ha portata a impegnarsi ad alto livello nel suo sport? 

«Mi chiamo Luca Campeotto e sono nato in un piccolo paese vicino a Udine, la mia storia iniziò con un incidente agricolo a soli 5\6 anni, perdendo le gambe sotto il ginocchio. In seguito alle varie operazioni, a Brescia, ho iniziato la riabilitazione presso la Nostra Famiglia di San Vito, dove frequentavo corsi di nuoto, l’istruttore aveva subito notato la mia predisposizione allo sport, ma per motivi scolastici e logistici i miei genitori decisero di farmi proseguire con gli studi. Dopo le superiori ho intrapreso la carriera lavorativa, tramite la quale ho conosciuto l’ortopedia Tirelli, dove il CT Alessandro Kuris (anche lui usa le protesi) ha notato la mia propensione alla carriera agonistica. E con il raduno pre-olimpiadi di Londra 2012 a Spilimbergo è iniziato il mio percorso da atleta».

Chi l’ha supportata di più nella vita e nella palestra?

«Ciò che mi ha portato a impegnarmi nello sport è stata la mia determinazione nel superare i miei limiti fisici e mentali, essendo partito da una condizione del tutto svantaggiosa, pesavo 95 kg e non riuscivo a fare niente sia in palestra sia in pista. Pian piano, superando i diversi ostacoli che mi si ponevano davanti, sono arrivato ad avere la consapevolezza che tutti noi possiamo farcela in qualsiasi situazione nella vita e nello sport, e per questo motivo voglio diventare un faro di speranza per tutti.
Ma colei che mi sprona tutt’ora ad affrontare tutte le sfide della vita è mia moglie Agnese, mi ha conosciuto quando ero proprio all’inizio della mia carriera sportiva, pian piano tra dieta, allenamenti in palestra e in pista mi ha portato ad arrivare fino ad oggi (campionati mondiali paralimpici di Dubai). Ma non meno importante è il sostegno dei miei genitori e degli amici stretti».

Quali difficoltà incontra nell’allenamento indoor con le macchine presenti nella palestra. Secondo lei sono pensate per adattarsi anche per chi ha delle disabilità?

«La prima difficoltà che ho incontrato in palestra è stata quella di adattare gli esercizi a corpo libero alla mia disabilità, per esempio lo stacco da terra, ma assieme a un personal trainer con una mentalità aperta nel cercare una strategia adeguata tutto può risultare più semplice. Secondo il mio giudizio, le varie macchine che si trovano in tutte le palestre si adattano perfettamente alle varie disabilità, l’importante è saperle usare con testa e con parsimonia, sempre affiancato da un personal trainer che abbia conoscenza di esse».

Essendo un atleta che ha appena ricevuto la chiamata olimpica, è affiancato da istruttori specifici, oppure tutto è basato sulla sua volontà e costanza?

«Essendo un atleta “olimpico” sono affiancato in pista a Paderno da mia moglie Agnese e sostenuto dall’Atletica Malignani, per quanto riguarda il mondo para-olimpico dall’A.S.D. Pegasus di Asti. Mentre per il potenziamento in palestra sono aiutato dai personal trainer della Sport Uno di Codroipo, gestita da Grazia Zanin e Mara Vania Leonarduzzi».

PALESTRA PER TUTTI

Egidio Marchese, il promotore di una società sportiva molto particolare ad Aosta, ci ha raccontato l’origine del suo progetto e i futuri sviluppi 

Com’è nata l’idea di aprire la palestra ai disabili?

«Siamo una società sportiva di persone con disabilità, nata perché alcuni di noi avevano abbandonato l’idea di andare in palestra trovandosi sempre alle prese con le solite difficoltà create dalle barriere architettoniche. Finché una Cooperativa sociale di Aosta, la “Bourgeon De Vie” nella persona del presidente Carlo Marchesini, ci ha messo a disposizione uno spazio con degli attrezzi da usare gratuitamente. In quell’occasione ho conosciuto Giorgio Bus, da lì è partito il tutto, abbiamo fatto una ricerca accurata per cercare degli attrezzi da utilizzare da persone con sedie a rotelle senza fare ogni volta il trasferimento, siamo arrivati a Technogym che realizza attrezzi speciali per persone con disabilità. Trovati gli attrezzi, serviva una sede priva di barriere architettoniche, il Palaindoor rispetta tutti i parametri di accessibilità e quindi siamo riusciti ad avere la sede attuale, presentato il progetto al Direttore INAIL di Aosta e grazie alla loro collaborazione siamo partiti».

Quali vantaggi offre l’attività fisica ai ragazzi che vengono da voi?

«Credo molteplici come a ogni persona, soprattutto per noi che facciamo sempre i soliti movimenti nella spinta della sedia a rotelle e utilizzando una parte muscolare degli arti superiori, con gli istruttori si valuta la situazione della persona e si fa un lavoro personalizzato, attivo o passivo».

Spesso si pensa che per i disabili sia più complicato avvicinarsi al mondo del fitness: è davvero così?

«Nel nostro Paese culturalmente non siamo preparati, c’è il solito problema dell’assistenzialismo dove si pensa che il disabile abbia bisogno sempre di aiuto. Questo preconcetto, ormai, è stato sfatato, la persona con disabilità ha il diritto di decidere che cosa fare nella vita e se si mette in condizioni mentali favorevoli nulla è complicato, e noi dimostriamo praticamente che è così anche per il fitness».

Dev’essere stata una bella soddisfazione, riuscire a realizzare il progetto della palestra.

«Effettivamente sì, visto i risultati dei frequentatori, poi soprattutto per il progetto voluto da persone con disabilità aperto a tutti,  abbiamo realizzato “L’integrazione al Contrario” (progetto disabili aperto a normodotati)»

Quante sono le persone che seguite?

«Le persone con disabilità che frequentano la palestra sono circa 180 con disabilità certificata, in totale sono circa mille persone l’anno che gravitano nel nostro centro».

I prossimi progetti della palestra? Qual è il vostro obiettivo?

«Abbiamo un progetto in corso molto ambizioso, abbiamo fatto richiesta alla Regione Autonoma Valle d’Aosta per una struttura da adibire a “Palestra per Tutti”, ci è stato assegnato un edificio storico in Piazza Della Repubblica ad Aosta, la “Salle de Gymnastique”. Questo edificio è stato sempre utilizzato come palestra, il periodo di locazione è di 25 anni in comodato d’uso gratuito, a noi l’onere e l’impegno di trovare i fondi per la sistemazione dell’edificio e renderlo completamente accessibile a tutti, e magari con qualche eccellenza all’interno». 

www.disval.it

Tennis batte carrozzina 6-0

Abbiamo fatto alcune domande sulla disabilità fisica in rapporto alle palestre commerciali ad Antonio Cippo uno dei migliori atleti italiani di tennis in carrozzina.

Ciao Antonio, innanzitutto grazie per la tua disponibilità a parlare di questo argomento e iniziamo subito col dire, chi meglio di te può aiutarci a capire se ha senso anche per una palestra commerciale lavorare con persone diversamente abili.

«Sì e credo che ogni palestra commerciale, laddove non ci siano barriere architettoniche troppo grandi per essere abbattute, dovrebbe “aprire” le porte a persone con disabilità, in quanto, dato il numero elevato di palestre presenti su tutto il territorio nazionale, potrebbero far avvicinare alla pratica sportiva un gran numero di persone che solitamente trovano difficoltà ad approcciare a discipline specifiche, visti i costi elevati di ausili e attrezzature varie».

Stiamo assistendo a un forte interesse verso le attività sportive paralimpiche e l’educazione fisica adattata (Apa), tutte cose che possono passare da una palestra commerciale. Che cosa dovrebbe fare un gestore di palestra per intercettare questo cliente?

«Innanzitutto bisognerebbe che il gestore della palestra abbia competenze adeguate, ma soprattutto la voglia di mettersi in gioco in quanto, dato le innumerevoli disabilità motorie esistenti, bisogna comunque “adattare” al meglio ogni esercizio proposto alla persona che ci si trova di fronte, facendo attenzione, qualora si presentasse un cliente in carrozzina, in una situazione che potrebbe evidenziare instabilità d’equilibrio della persona e dell’attrezzo, e quindi bisogna individuarle quanto prima per evitare possibili cadute».

Com’è stata la tua esperienza personale all’interno di una palestra commerciale?

«La mia esperienza in palestra è stata meravigliosa, ho avuto la fortuna di trovare nel mio Paese, a pochi metri dalla mia abitazione, una nuova palestra la “Fit Avenue” di Sulmona, con rampa d’accesso, spogliatoi e bagno accessibile per disabili, un ambiente molto ampio e maniacalmente pulito e ordinato in cui ho potuto muovermi liberamente, senza troppi ostacoli, ma soprattutto di avere un istruttore, Giuseppe Pizzi, che si è reso completamente disponibile a “sperimentare” con me tutti gli esercizi che avrei potuto fare, utili per migliorare, dal punto di vista fisico e atletico, le mie prestazioni sul campo da tennis, e nel giro di poco tempo mi ha proposte delle schede d’allenamento specifiche per i periodi di carico o pre e post-gara».

Le aziende rispondono:

Tecnobody

Abbiamo posto tre domande ai produttori di attrezzi e macchinari per la palestre, per capire come si sta muovendo questo settore nei confronti dei disabili. Ecco che cosa ci hanno risposto: la prima è Tecnobody.

Le vostre attrezzature standard sono impiegabili anche da disabili? 

«Nell’ambito dei centri fitness e dei club il tema dell’inclusività e dell’accessibilità alle attrezzature acquisisce un ruolo chiave nella concezione dei centri stessi. Va da sé che per i proprietari e gestori di palestre è fondamentale adeguarsi alla clientela diversamente abile, sia per necessità normative sia per cogliere opportunità importanti. Forte dell’esperienza nell’ambito medicale e nello sviluppo di sistemi per la riabilitazione fisica e la riatletizzazione, TecnoBody interpreta da sempre queste esigenze e le include quali fattori chiave nel processo di progettazione dei suoi sistemi dedicati al movimento».

Sono state progettate per questo scopo o sono adattamenti di modelli esistenti?

«Le nostre rampe permettono l’accessibilità ai treadmill della linea Walker View e Smart Gravity, sistemi che possono anche essere accessoriati con elementi di seduta, imbragature e facilities sia per il cliente sia per l’operatore. Altri sistemi, come lo specchio digitale D-WALL, permette un agevole accesso alla piattaforma di forza, nonché l’area di lavoro per chi si allena su di esso, grazie alla ridotta altezza affrontabile senza problemi in sedia a rotelle».

Che difficoltà avete nel proporre questo tipo di attrezzature per disabili alle palestre italiane?

«Poche, perché nei 25 anni di storia aziendale, TecnoBody ha continuato a proporsi sul mercato con un’offerta che viene apprezzata dai clienti che desiderano dar vita a palestre inclusive, dove la visione olistica del movimento di cui la nostra azienda si fa portatrice, non solo abbraccia la proposta di sistemi e allenamenti, ma include ogni fascia di età ed eventuali disabilità».

www.tecnobody.it

Technogym

Technogym ha risposto alle nostre domande riguardo alla produzione e diffusione delle loro attrezzature così:

Le vostre attrezzature standard sono impiegabili anche da disabili? 

«L’offerta Technogym prevede sia soluzioni pensate e create ad hoc, come ad esempio il TOP EXCITE che prevede l’accesso con la sedia a rotelle, sia prodotti standard che grazie alla loro ergonomicità e massima funzionalità posso essere accessibili e utilizzabili anche da persone con mobilità temporaneamente o permanentemente ridotta. L’adeguatezza dei singoli prodotti a utenti disabili va valutata in base al tipo di disabilità: motoria, visiva, funzionale».

Sono state progettate per questo scopo o sono adattamenti di modelli esistenti?

«Tutti i prodotti Technogym sono concepiti per offrire massimo comfort agli utenti, sia normodotati, che a maggior ragione disabili. Le regolazioni sono sempre facili da raggiungere dalla posizione di esercizio e facilmente visibili grazie all’utilizzo del colore giallo, la posizione di esercizio è sempre studiata per essere raggiunta senza scavalchi o intralci. Nello specifico poi sono previste soluzioni progettate specificamente per l’utilizzo da parte di disabili come i prodotti Excite Med. La linea Excite Med, rappresenta la soluzione professionale sviluppata da Technogym per l’esercizio cardiovascolare in campo medicale e riabilitativo. La linea, composta da 8 prodotti dotati di certificazione medica a norma 93/42/CEE, adatta anche agli utenti diversamente abili, rendendola la soluzione ideale per club, ospedali, case di cura, centri di medicina sportiva e riabilitazione grazie alle sue soluzioni tecniche dedicate, come la pedana posteriore per l’accesso facilitato o il kit aggiuntivo per estendere il corrimano, mantenere la posizione eretta e aiutare l’equilibrio nel caso del tapis-roulant, o ancora, i pedali regolabili nel caso della bike, o la numerazione tattile e le icone sollevate sulla console dei prodotti, per facilitarne l’utilizzo anche in caso di disabilità visiva».

Che difficoltà avete nel proporre questo tipo di attrezzature per disabili alle palestre italiane?

«Non parlerei di difficoltà, ma piuttosto di un mercato ancora embrionale e in fase di sviluppo. Sono ancora pochi, infatti, i centri in grado di offrire programmi specifici rivolti ai disabili. A partire dal mondo della riabilitazione però questo trend si sta sviluppando e rappresenterà sicuramente un grande mercato potenziale per i centri fitness nei prossimi anni».

www.technogym.com/it

Medical Graphics Italia

La Medical Graphics Italia ha risposto alle nostre domande riguardo alla produzione e diffusione delle loro attrezzature così:

Le vostre attrezzature standard sono impiegabili anche da disabili? 

«Sì certo, in particolare il fitLight Trainer™ è particolarmente utile per soggetti con capacità motorie limitate e può essere utilizzato anche stando seduti su sedia a rotelle. L’altezza operativa di ciascun obiettivo, infatti, è immediatamente regolabile per l’utente. Lo stesso grado di allenamento riservato agli atleti è ora disponibile per atleti disabili o con esigenze speciali».

Sono state progettate per questo scopo o sono adattamenti di modelli esistenti?

«Sono stati realizzati per tutti gli sport sia per soggetti sani, sia per soggetti diversamente abili. Non richiedono nessuna modifica del modulo originale. Non richiedono nessuna opera muraria del luogo».

Che difficoltà avete nel proporre questo tipo di attrezzature per disabili alle palestre italiane?

«Abbiamo riscontrato poco interesse a investire in questo settore da parte di privati o enti addetti. Ed è un peccato perché ha delle enormi potenzialità di incremento, in termini di aumento dei soci nei centri sportivi e fitness, agevolando la frequenza a chi ha delle disabilità».

www.fitlightitalia.it

Bioenergym

Sara Viola vice presidente di Bioenergym ha risposto alle nostre domande riguardo alla produzione e diffusione delle loro attrezzature così:

Le vostre attrezzature standard sono impiegabili anche da disabili? 

«Sì, gli strumenti che utilizziamo per la pratica della Bioenergym, possono essere tranquillamente utilizzati dalle persone diversamente abili».

Sono state progettate per questo scopo o sono adattamenti di modelli esistenti?

«Sono fit ball, soft ball, ring, roller, elastici a banda larga e a caviglia, asta di legno standard, che si trovano tranquillamente in commercio e che noi facciamo utilizzare in modo appropriato a tutti, in base alle personali disabilità del fruitore. I nostri esercizi sono cuciti addosso alla persona che li pratica. Abbiamo per ogni singolo esercizio uno di tipo  base, uno di tipo medio e un altro avanzato. Stefano Conti ha ideato un sistema di allenamento fitness nuovo che utilizza principalmente gli strumenti elastici. Utilizziamo anche elastici che agganciamo con appositi moschettoni a qualsiasi base fissa o a ganci predisposti da noi su pareti e soffitti. Per effettuare i personal Bioenergym utilizziamo una cintura alla quale agganciamo gli elastici potendo in tal modo lavorare i muscoli, con il sistema di allenamento auxotonico, ovunque persino all’aperto».

Che difficoltà avete nel proporre questo tipo di attrezzature per disabili alle palestre italiane?

«Nessuna difficoltà. tutte le palestre possiedono gli strumenti che utilizziamo nella pratica della Bioenergym».

www.bioenergym.com

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